Salario equo, il nodo resta la rappresentanza: l’intesa tra imprese non basta

L’accordo tra le organizzazioni datoriali segna un avanzamento sul tema del compenso adeguato, ma da solo non rende operativo il quadro previsto dal decreto del 1° maggio. Senza una definizione condivisa della rappresentanza sindacale e datoriale, il rischio è che il dibattito si sposti verso una soluzione per legge sul salario minimo.
L’intesa raggiunta tra le associazioni datoriali sul principio del cosiddetto salario equo rappresenta un passaggio politico e negoziale rilevante, ma non sufficiente a tradurre in pratica gli obiettivi fissati dal governo. Il provvedimento del 1° maggio punta a rafforzare il ruolo della contrattazione collettiva come riferimento per definire trattamenti economici adeguati, ma la sua applicazione richiede criteri certi per individuare quali contratti siano effettivamente rappresentativi.
Il punto centrale resta dunque la misurazione della rappresentanza delle parti sociali. Senza un accordo condiviso tra imprese e sindacati su chi abbia titolo per firmare i contratti di riferimento, diventa difficile stabilire quali minimi salariali debbano valere nei diversi settori ed evitare il proliferare di intese sottoscritte da soggetti poco rappresentativi. In assenza di questo passaggio, il meccanismo rischia di rimanere sulla carta.
Per l’esecutivo, la strada maestra resta quella di valorizzare i contratti nazionali più solidi, evitando un intervento generalizzato sui minimi retributivi. Tuttavia, se il confronto tra le parti sociali non dovesse produrre in tempi ragionevoli una disciplina chiara sulla rappresentanza, tornerebbe a rafforzarsi l’ipotesi di un salario minimo legale come soluzione alternativa per garantire una soglia retributiva uniforme.
Articolo originale rielaborato dalla redazione. Spunto da: Repubblica Economia.

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