Fiscal drag, nuovo costo per redditi da lavoro e pensioni: gettito extra stimato in 13 miliardi

Nel biennio in corso il mancato adeguamento delle soglie fiscali all’inflazione torna a pesare su lavoratori dipendenti e pensionati. L’effetto è un aumento automatico del prelievo, con maggiori entrate per l’erario alla vigilia della prossima manovra.
Il cosiddetto drenaggio fiscale torna al centro del dibattito sui conti pubblici. Con salari e assegni previdenziali che crescono nominalmente per effetto dell’inflazione, una quota maggiore di reddito finisce infatti assoggettata all’Irpef senza un corrispondente incremento del potere d’acquisto reale. Il risultato è un aggravio silenzioso per dipendenti e pensionati, che vedono salire il peso delle imposte anche in assenza di un effettivo miglioramento economico.
Le stime indicano che nel biennio l’effetto complessivo potrebbe tradursi in circa 13 miliardi di euro di maggior gettito per il Tesoro. Si tratta di risorse che affluiscono automaticamente alle casse pubbliche grazie alla progressività dell’imposta e al mancato allineamento pieno di scaglioni, detrazioni e soglie alla dinamica dei prezzi. Il fenomeno tende a colpire soprattutto i contribuenti con redditi fissi, meno in grado di compensare l’erosione dovuta all’aumento del costo della vita.
Il ritorno del fiscal drag si inserisce in una fase delicata per il governo, chiamato a definire la prossima legge di bilancio in un contesto di margini limitati e pressioni per interventi su famiglie e lavoro. L’incremento delle entrate offre un sostegno ai saldi di finanza pubblica, ma riapre il confronto sull’opportunità di misure correttive per evitare che l’inflazione si trasformi in un aumento implicito della tassazione. Il tema potrebbe quindi diventare uno dei nodi centrali della discussione sulla manovra autunnale.
Articolo originale rielaborato dalla redazione. Spunto da: Repubblica Economia.

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